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Saviano: "Così l'orrore diventa routine" (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2009

                                

Riportiamo l'articolo scritto per "La Repubblica" da Roberto Saviano in merito alle scioccanti intercettazioni dei camorristi casalesi emerse ieri dallo stesso quotidiano.
"Li dobbiamo uccidere, hai capito? Na botta 'nfaccia". Spietati ordini in dialetto, ma anche risate, voci che intonano canzoni neomelodiche. E poi gli spari dei mitra, colonna sonora dell'ultima strage portata a termine. Sono il contenuto di un'intercettazione ambientale che inchioda il boss camorrista Giuseppe Setola, arrestato tre giorni fa.

"Li dobbiamo levare di mezzo, hai capito? Na botta 'nfaccia, vai". Voci gutturali. Parole tronche. Il ghigno della distrazione e l'eccitazione dei giustizieri di mafia. Adrenalina e analfabetismo, bestemmie e insulti. In testa hanno soprattutto le femmine (le proprie) e il sangue (dei nemici). Un manifesto di bestialità casalese. Ecco quale lingua parlano Giuseppe Setola e il suo commando di fuoco, mentre stanno per uccidere. Eccoli cantare, un attimo prima di seminare sangue e terrore. E ridere. Gli assassini intonano gorgheggi da neomelodici. La goliardia galleggia nell'auto sotto intercettazione, mentre i criminali impugnano sotto i giubbotti pistole e kalashnikov e coprono in auto i pochi metri dalle loro case verso i nemici, diretti come schegge sui bersagli e le loro famiglie da massacrare.

Abbandonati ai sedili, i killer guidati dal capostragista di Casal di Principe biascicano lamenti da innamorati, musica stampata su cd quasi clandestini. "Tu sì zucchero per me, doce doce doce". E poi, arrivati a destinazione, sparano. Una pioggia di fuoco. Potente. Incessante. Centosette colpi di semiautomatiche e di un kalashnikov. Ma sono raffiche che lo Stato ascolta quasi in diretta. È impossibile fermare quel branco per tempo. Resta però la prova schiacciante. Oltre venti interminabili minuti di intercettazione. Un documento choc. Un supporto di straordinario valore probatorio. Che resterà nelle pagine dell'antimafia di Napoli. E da stamane diventa indizio schiacciante. Integrato all'ordinanza di custodia, per duplice tentato omicidio, che sarà contestata proprio oggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Giuseppe Setola e ai suoi sicari, dai pubblici ministeri Alessandro Milita e Cesare Sirignano, con il procuratore antimafia Franco Roberti.

Il sonoro della violenza cieca è targato "FO 25", numero in codice della captazione eseguita dai carabinieri del casertano, coordinati dal colonnello Carmelo Burgio. In quel file c'è il racconto audio del fuoco esploso dai sicari a 360 gradi contro finestre, abitazioni e gente inerme. La missione è sterminare i nemici. Regia criminale ed esecuzione di Giuseppe Setola, il terrorista del gotha mafioso di Casal di Principe, il trentottenne e pericoloso capobranco, lucida follia criminale al servizio "politico" dei padrini più imprendibili di lui. Solo che questo "film" si ascolta in diretta dalle viscere di un impero mafioso. È Gomorra, ben oltre il lungometraggio del mancato Oscar. Questo è un film senza immagini, senza sceneggiatura, né aggiustamenti dettati dal cast. Ma si imprime: pura verità nel suo divenire criminale. La registrazione è in mano alla Procura di Napoli che ha firmato la cattura del boss.

L'intercettazione racconta in diretta due tentati omicidi. I centosette colpi, canzoni intonate dai killer e il tempo persino per concedersi un caffè. Il tutto condito da recriminazioni e volgarità contro i due bersagli che sono sfuggiti al loro grilletto. È l'ultimo raid firmato da Setola, quasi un mese prima della sua resa a un'imponente caccia all'uomo. Si tratta del duplice agguato di Trentola Ducenta, nel casertano.
È il 12 dicembre scorso, sono le 22. Le due spedizioni punitive vengono messe a segno a distanza di pochi secondi, sempre nel cuore del paese di Trentola, lo stesso sgarrupato paese dove - venti giorni più tardi - si scoprirà il covo di Setola, quella topaia di via Cottolengo in cui Setola si rifugia con la moglie, che si è trascinata lì con la sua shopping Louis Vuitton, gioielli, profumi e 17mila euro in contanti, un basso dal quale il boss riesce a fuggire calandosi nelle fogne e strisciando nella melma.

La sera del 12, dunque. Setola si sente ancora spavaldo e imprendibile. Escono armati di almeno quattro armi. A terra, tanti bossoli: tracce di un fucile mitragliatore calibro 7.62, tipo AK 47, di una pistola calibro 9 per 21 ed un'altra semiautomatica calibro 9 corto.

La follia criminale si concentra contro due nemici, Salvatore Orabona e Pietro Falcone. Il primo, vanno a colpirlo in via Caravaggio. Il secondo, a pochi minuti di auto, in via Vittorio Afieri. Entrambi sono "colpevoli", agli occhi del capobranco, di non aver versato parte delle tangenti raccolte sul territorio nella cassa di Setola. Non lo riconoscono come il plenipotenziario del padrino Bidognetti, oggi in carcere. In azione, c'è un commando di cinque o sei uomini. Due auto portano i killer, una delle quali è la Lancia Y sotto intercettazione.

Il viaggio raccontato da "loro", dai sicari, è un sonoro raggelante. "Ma noi quando arriviamo là sopra, chi vogliamo trovare?". L'altro risponde: "Ci vuole una botta in faccia. Dobbiamo uccidere a tutti e due". Passano pochi minuti, cantano. Poi arrivano in via Caravaggio. Si fanno avanti Granato e Barbato, due dei killer. Ma il trucco di attrarre fuori del portone Orabona con un vassoio di dolci e una bottiglia di spumante non funziona. Allora quelli sparano come pazzi. Le vittime si richiudono in casa, chiamano il 113. E i killer si scatenano. "Cornuto vieni fuori", gridano. "Dai esci cornuto, che uomo sei". E ancora: "Mannaggia ora ho finito il caricatore e adesso ho soltanto la 38". Insulti alla moglie, bestemmie. "Lo dobbiamo appicciare anche di notte", gli appicchiamo il fuoco.

Risulterà poi, la perfetta coincidenza logica e temporale tra questa registrazione e l'intercettazione simmetrica, stavolta telefonica, del raid così come l'ha vissuta la mancata vittima, Orabona. Che parla al cellulare con l'amico Peppe e si sfoga: "Hai capito? Quel cornuto è venuto a citofonare con una guantiera di paste e la bottiglia di champagne. Ma io l'ho visto, e dietro a lui c'era Peppe Setola, c'era Cascione. Hanno sparato come i pazzi, io mi sono salvato perché tenevo il pigiama e mi stavo cambiando, ma se io già mi ero messo la camicia e mi affacciavo, ero morto". A sparare, attestano anche i pm, c'è infatti Setola con il mitragliatore, Peppe 'a puttana. E poi: Giuseppe Barbato detto Peppe 'o Cascione; Raffaele Granata; Angelo Rucco, Angioletto o Chiattone. E i pm sospettano anche di Paolo Gargiulo, ovvero Calimero: un nome segnato in rosso perché era il fedelissimo che parlò, senza sapere di essere captato, dei cinquanta chili di tritolo in possesso del gruppo Setola. Era Gomorra quando sfidava lo Stato, con cento colpi in diretta.

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Saviano: la corruzione e il Paese (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 21 dicembre 2008

                                   

Segnaliamo l'articolo di Roberto Saviano per "Repubblica" sulla corruzione in Italia.

La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell'errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

Oggi l'imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall'etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

Non basta il merito, non basta l'impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l'incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un'apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell'altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele".

Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico - di qualsiasi colore - oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.

L'imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l'immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell'Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

Ho ricevuto l'invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l'invito dell'on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell'esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l'ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell'illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.

Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n'è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

(20 dicembre 2008) - da
Repubblica.it

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permalink | inviato da Francesco Zanfardino il 21/12/2008 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Saviano: "La Camorra tocca tutti" (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 17 dicembre 2008

                                            

Pubblichiamo il testo di una intervista di Roberto Saviano, rilasciata a Radio3, su camorra, politica e giustizia.

Contro la camorra "il governo potrebbe fare di più: è stato importante mandare i parà, perché bisognava rispondere con un piano militare ma questo non basta assolutamente: c'è ancora tanto da fare e le risorse ci sono". Roberto Saviano torna a ribadire le sue idee sulla criminalità organizzata intervistato questa mattina su Radio3 da Massimo Giannini, spaziando dall'inchiesta sugli appalti a Napoli alla riforma della giustizia.

La battaglia sulla criminalità. Gli scontri tra studenti di destra e di sinistra sono "vecchi" e fanno solo il gioco di chi vuole deviare l'attenzione dalle questioni vere, in primo luogo da quella della criminalità ha spiegato Saviano che nel pomeriggio incontrerà gli studenti dell'università Roma Tre dopo la proiezione la proiezione del film di Matteo Garrone tratto dal suo libro. "Forse tra le nuove generazioni si sta parlando alla questione criminale in maniera diversa - ha sottolineato Saviano parlando a Radio3 - Sento tantissimo la deideologizzazione. Io parlo ai giovani. Ai giovani di destra come ai ragazzi di sinistra o a ragazzi semplicemente che non hanno alcun tipo di posizione. E l'idea di andare a parlare all'università, anche se sono stato invitato dall'Onda, era quella: poter parlare a tutti e non solo a una parte, perché la battaglia sulla criminalità è una questione che viene prima di tutto".

La mafia non riguarda solo centrodestra. Parlando della bufera scoppiata al Comune di Napoli, Saviano non è sorpreso. "E' da tempo che, soprattutto nel Sud Italia, queste connivenze sono state denunciate: io stesso e molti altri, sull'Espresso e su Repubblica, abbiamo scritto di questa sorta di connivenze, di questa assoluta percezione sbagliata di credere che il male stia solo dall'altra parte, che la mafia sia una cosa che riguarda solo il centrodestra". "Detto questo - ha aggiunto l'autore di Gomorra, - mi sento di dire che non può essere utilizzata inchiesta per criminalizzare un'intera parte politica, dell'una o dell'altra parte. Ma credo che una cosa da fare, finalmente, sia prendere le distanze da certi meccanismi imprenditoriali", che "sono di periferia, sembrano lontani da Roma, ma in realtà incidono tantissimo".

Il rapporto tra politica e crimine. Più in generale, rispondendo a una domanda sugli sviluppi dell'inchiesta Global service, Saviano ha spiegato che, a suo giudizio, "oggi il rapporto tra politica e crimine è diverso rispetto a Tangentopoli e alla Cosa Nostra del maxiprocesso. Oggi le organizzazioni criminali determinano gli equilibri politici come potrebbero determinarli la Microsoft, la Bmw o la General Motors. Al di là di quella che può essere la mazzetta al singolo politico o consigliere comunale, indipendentemente dalle scelte individuali di corruzione, le organizzazioni criminali riescono a condizionare il clima politico attraverso il loro potere economico".

Riforma della giustizia. Roberto Saviano segnala il rischio che l'annunciata riforma della giustizia "venga utilizzata per rendere più complicate non tanto le inchieste antimafia, quanto la possibilità di arrivare ai livelli economico-finanziari della criminalità organizzata". "Tutti i boss che usano lo strumento militare, che uccidono - ha spiegato Saviano parlando con Massimo Giannini - prima o poi vengono eliminati o finiscono in galera, ma sanno benissimo che la morte è una parte necessaria del loro mestiere. Il vero problema è arrivare al livello economico, a quei personaggi che entrano in relazione con le organizzazioni criminali, ma senza farne parte o partecipare alle operazioni di sangue".

Per l'autore di Gomorra, dunque, il "rischio è che con un determinato tipo di riforma della giustizia e con gli attacchi alla magistratura si tenda a voler chiudere la partita con l'imprenditoria criminale, impegnandosi soltanto nella cattura dei criminali. Ma preso uno ne spuntano altri dieci, anche perché le organizzazioni mafiose non hanno il monopolio, i capi non durano 40-50 anni come i politici, le nuove generazioni prendono continuamente il posto delle vecchie".

17 dicembre 2008 - da Repubblica.it

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Saviano: "Io e i fantasmi del Nobel" (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 14 dicembre 2008

                                        

Pubblichiamo un'articolo di Roberto Saviano per "La Repubblica" sulla sua recente esperienza al "Nobel" di Stoccolma.

Da Gomorra a Stoccolma: io e i fantasmi del Nobel

Essere invitati alla Svenska Akademien, l'Accademia di Stoccolma che dal 1901 assegna ogni anno il premio Nobel, mette addosso uno stato d'ansia sottile: impossibile scacciare il pensiero di essere ricevuti nell'ultimo luogo sacro della letteratura. Ma quando arrivo a Stoccolma, trovo una sorpresa. Tutto è coperto di neve. La neve, l'avrò toccata al massimo tre volte in vita mia.

All'aeroporto sono tutti nervosi per la tempesta, invece a me uscire in quel bianco dà un senso di gioia infantile, anche se la temperatura è artica e il mio cappotto, buono per gli inverni mediterranei, in Svezia si rivela quasi inutile. La prima cosa che mi spiegano, non appena arrivo all'Accademia, sono le regole: severe, inderogabili. Bisogna indossare un abito elegante e ogni gesto dev'essere concordato. Gli accademici sono nominati a vita, diciotto membri che io mi figuro come ultimi aruspici che vaticinano il futuro delle lettere: venerati, odiati, mitizzati, sminuiti, presi in giro per il loro potere, corteggiati da tutto il mondo. Non riesco a immaginarmeli. Nella sala riservata incontro i primi due: un anziano signore che si era tolto le scarpe e una signora che cerca di dargli una mano a infilarsele di nuovo. Con un'eleganza naturale, mi stringe la mano e poi mi dice: "Il suo libro mi è entrato nel cuore". Capisco presto che la Svezia è attentissima a ciò che accade altrove, il paese che forse più di tutti al mondo sente le contraddizioni di altri paesi come proprie. Alcuni accademici mi rivolgono domande sull'Italia, in un modo, però, che non mi sarei aspettato. Tutti, ma proprio tutti, mi chiedono di Dario Fo, di come sta e cosa sta facendo, e infine mi raccomandano di portargli i loro saluti, come dando per scontato che ci frequentiamo abitualmente.

E poi mi chiedono come sono considerati da noi Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze degli anni Cinquanta, e anche Danilo Dolci, Lelio Basso, Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi. Un'Italia dimenticata dagli italiani che lì non solo ricordano ma considerano l'unica degna di memoria. Un signore si avvicina per mettermi il microfono, mi parla in italiano e io reagisco con stupore: "Perché si stupisce? Lei qui è al Nobel dove parliamo tutte le lingue del mondo".

Salman Rushdie aspetta già nella stanzetta riservata. Ci abbracciamo. La generosità che mi dimostra sin da quando ci siamo incontrati la prima volta nasce da chi non dimentica quel che ha passato. Vuole trasmettermi qualcosa di quel che ha imparato sulla sua pelle, vuole forse che io possa fare meno fatica a reimpadronirmi di qualche brandello della mia libertà, ma già comprendere di non essere solo con la mia esperienza per me è prezioso. Sembra incredibile. Quando ricevette la sua condanna, ero un bambino, andavo appena alle elementari. La sua fatwa khomeinista e le mie minacce camorriste nascono da contesti diversissimi, ma le conseguenze sulle nostre vite, le ripercussioni sulle nostre storie di scrittori finiscono per essere pressoché identiche. Lo stesso peso della prigionia che nessuno riesce a cogliere fino in fondo, la stessa ansia continua, la solitudine, lo stesso scontrarsi con una diffidenza che può divenire diffamazione e che è la cosa che più ti ferisce con la sua ingiustizia, che meno tolleri. Tutto quel che Rushdie dirà nel suo discorso sulle difficoltà di attraversare una strada, prendere un aereo, trovare una casa, e tutto quel che rende impossibile una vita blindata, mi farà pensare: "È vero, è proprio così".

Discutiamo di come organizzare l'incontro. Anche qui le regole sono precise. Dopo esser stato invitato a parlare, devo fare la mia prolusione, non restare troppo tempo ad accogliere gli eventuali applausi ma tornare presto a sedermi. Poi sarà il turno di Rushdie, e seguirà un dialogo. Finito quello, non dobbiamo stringere la mano a nessuno né firmare libri, dobbiamo attraversare la sala e andare via. Quando tutto è chiarito, entriamo nella sala dell'Accademia. Me l'ero immaginata completamente diversa: un teatro enorme, sontuoso, un tripudio di palco e platea. Come ogni mito si rivela invece esattamente il contrario. Una sala in legno, deliziosa ed elegante, ma raccolta, intima. C'è una specie di recinto al centro, dove sono seduti gli ospiti, gli editori, i familiari, il segretario permanente dell'Accademia Horace Engdahl, più qualche selezionato giornalista.

Mentre Engdahl fa il suo discorso introduttivo, io mi sento pressappoco come quando aspettavo di discutere la mia tesi di laurea. Tutto ciò che hai preparato svanisce. Senti solo la testa vuota, il cuore in petto come un grumo ingombrante, la gola secca. Mi aggrappo ai nomi degli scrittori che hanno ricevuto il Nobel su quello stesso podio dove presto dovrò salire a parlare anch'io. Sento che in quella stanza si sono depositate le loro parole, che sono rimasti impressi nel legno i discorsi di Saramago, Kertesz, Pamuk, Szymborska, Heaney, Marquez, Hemingway, Faulkner, Eliot, Montale, Quasimodo, Solgenitsyn, Singer, Hamsun, Camus. Elenco nella mente quelli che ricordo, quelli che conosco meglio o ho più amato, quasi mi gira la testa, è una vertigine. Come avrà appoggiate le mani su quel palchetto Pablo Neruda? Pirandello avrà chinato il viso sugli appunti o avrà fissato in volto gli accademici? Samuel Beckett avrà sorriso o sarà rimasto imperturbabile? Elias Canetti a chi avrà avuto la sensazione di parlare, al mondo o solo a una platea? Thomas Mann, mentre era lì, avrà presentito la tragedia che dopo pochi anni avrebbe vissuto la sua Germania?

Cerco di respirare forte, un po' per calmarmi, un po' per fare come quando ti portano al mare da bambino e ti dicono che le scorpacciate di iodio inalate sulla spiaggia avranno il potere di proteggerti contro le influenze e i catarri dell'inverno. Così cerco di inalare le sedimentazioni di tutti quelli che sono stati in questa sala, sperando che anche loro mi aiutino a resistere all'inverno. Tocca a me. Salgo sul palco tanto temuto. Vorrei dire molte cose, portare più esempi di chi oggi stenta ad avere libertà di parola e di chi vive sotto minacce per aver dato fastidio al potere criminale: scrittori e giornalisti, dal Messico dove i narcos hanno ucciso Candelario Pérez Pérez, alla Bulgaria dove è stato ammazzato lo scrittore Georgi Stoev.

Ma mi hanno detto che non devo mettere troppa carne al fuoco, parlare troppo a lungo, e così mi concentro su quel che per me rimane l'esperienza più importante. La letteratura e il potere, la scrittura che diviene pericolo solo grazie a ciò che di più pericoloso esiste: il lettore. Spiego come nelle democrazie non è la parola in sé che fa paura ai poteri, ma quella che riesce a sfondare il muro del silenzio. Esprimo la mia fiducia in una letteratura in grado di trasportare chiunque nei luoghi degli orrori più inimmaginabili, ad Auschwitz con Primo Levi, nei gulag con Varlam Salamov, e ricordo Anna Politovskaja che ha pagato con la vita la sua capacità di rendere alla Cecenia cittadinanza nel cuore e nella mente dei lettori di tutto il mondo. La differenza fra me e Rushdie è questa: lui condannato da un regime che non tollera alcuna espressione contraria alla sua ideologia; mentre laddove la censura non esiste ciò che ne prende le veci è la disattenzione, l'indifferenza, il rumore di fondo del fiume di informazioni che scorrono senza avere capacità di incidere.

A volte mi sembra di essere considerato uno che viene da un paese troppo spesso e a torto valutato come un'anomalia. Ma quel che dico non ha a che fare solo col Sud Italia oppresso dalle mafie, e nemmeno con l'Italia in quanto tale. Per quanto a me questo sembri evidente, temo che per molti, tolti i riferimenti alla mia condizione, il quadro non sia altrettanto chiaro. Molti intellettuali, mentre rimpiangono la loro perdita di ruolo nelle società occidentali, continuano a considerare il successo con diffidenza o con disprezzo, come se invalidasse automaticamente il valore di un'opera, come se non potesse essere altro che il risultato dei meccanismi manipolativi del mercato e dei media, come se il pubblico a cui è dovuto fosse impossibile pensarlo diversamente da una massa acritica. È soprattutto nei confronti di quest'ultimo che commettono un torto enorme, perché se è vero che i libri non sono tutti uguali tantomeno lo sono i lettori. I lettori possono cercare di divertirsi o di capire, possono appassionarsi alla fantasia più illimitata o al racconto della realtà più dolorosa e difficile, possono persino essere la stessa persona in momenti differenti: ma sono capaci di scegliere e di distinguere. E se uno scrittore questo non lo vede, se non confida più che la bottiglia da gettare in mare approdi nelle mani di qualcuno disposto ad ascoltarlo, e ci rinuncia, rinuncia non a scrivere e pubblicare, ma a credere nella capacità delle sue parole di comunicare e di incidere. Allora fa un torto pure a se stesso e a tutti quelli che lo hanno preceduto.

Quando Salman prende la parola, ricorda che la letteratura nasce da qualcosa che è consustanziale alla natura umana: dal suo bisogno di narrare storie, perché è grazie alla narrazione che gli uomini si rappresentano a se stessi e quindi solo un'umanità libera di raccontarsi come vuole è un'umanità libera. Rushdie non ha mai voluto essere altro che questo, un tessitore di storie, un romanziere senza vincoli, e quel che più lo ferisce non è il verdetto di un'ideologia che non poteva tollerarlo, ma la diffamazione di chi, proprio nel mondo libero, voleva far credere che non potesse essere soltanto questa la sua aspirazione, che dovesse essere guidato da secondi fini: i soldi, la carriera, la celebrità.

Mi sale una sorta di magone in gola. Penso ai dieci anni blindatissimi di Rushdie e a come abbia fatto a non impazzire, penso che soltanto chi ha una vita molto riparata e tranquilla possa immaginarsi possibile un baratto fra l'ombra della morte e la libertà. Ma Salman continua senza scomporsi, termina il suo discorso e passiamo all'ultima parte di dialogo. Alla fine, quando ci alziamo, ricevendo gli applausi del pubblico e degli accademici, ci consegnano dei fiori e io penso che i ragazzi della scorta mi sfotteranno per questa cosa considerata da signore giù da noi. Ceniamo in una stanza dove sono passati tutti i premiati. Ci dicono che il cuoco è quello della regina, ma io quel cibo non riesco ugualmente quasi a mandarlo giù fino a quando non arriva un trionfo di gelato alla cannella e mele caramellate.

Finisce la cena. L'etichetta prevede che nessuno possa alzarsi sino a quando non lo fa il presidente. Ripassiamo per la stanza della premiazione. La sala di legno è vuota. Le luci sono bassissime. Rushdie mi dice senza più l'ironia del suo discorso pubblico: "Continua ad avere fiducia nella parola, oltre ogni condanna, oltre ogni accusa. Ti daranno la colpa di essere sopravvissuto e non morto come dovevi. Fregatene. Vivi e scrivi. Le parole vincono". Saliamo sui legni del podio e ci facciamo fotografare con i nostri cellulari. Ridendo, abbracciandoci come se fossimo ragazzini in gita che hanno scavalcato le recinzioni e giocano a fare Pericle nel Partenone. Ci chiamano, dobbiamo uscire, prendere il caffè, salutare tutti e andare via. Le luci si spengono completamente e resto lì fermo, al buio. E lì al buio cerco ancora di raccogliere a pieni polmoni quell'odore di umido e di legno che sembra aver conservato tutte le presenze di chi è stato premiato in quella sala.

"Personalmente, non posso vivere senza la mia arte. Ma non l'ho mai posta al di sopra di ogni cosa. Mi è necessaria, al contrario, perché non si distacca da nessuno dei miei simili e mi permette di vivere, come quello che sono, a livello di tutti. Ai miei occhi l'arte non è qualcosa da celebrare in solitudine. Essa è un mezzo per scuotere il numero più grande di uomini offrendo loro un'immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie comuni. Essa obbliga dunque l'artista a non separarsi. Lo sottomette alla verità più umile e a quella più universale. E spesso colui che ha scelto il suo destino d'artista perché si sentiva diverso apprenderà presto che non nutrirà né la sua arte né la sua differenza, se non ammettendo la sua somiglianza con tutti [?] Nessuno di noi è grande abbastanza per una simile vocazione. Ma in tutte le circostanze della propria vita, che sia oscuro o provvisoriamente celebre, legato dai ferri della tirannia o temporaneamente libero di esprimersi, lo scrittore può ritrovare il sentimento di una comunità vivente che lo giustificherà, alla sola condizione che accetti, come può, i due incarichi che fanno la grandezza del suo mestiere: il servizio della verità e quello della libertà".

Mi sembra quasi di poterlo toccare, Albert Camus, che ha pronunciato queste parole nel 1957, tre anni prima di morire in un incidente stradale. E vorrei ringraziarlo, vorrei potergli dire che quel che aveva detto allora, è ancora vero. Che le parole scuotono e uniscono. Che vincono su tutto. Che restano vive.


da Repubblica.it

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Puntata Blob Saviano (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 27 novembre 2008
                         

Vi segnaliamo la stupenda puntata di Blob dedicata a Roberto Saviano. Oltre, ovviamente, alla nostra petizione per Roberto Saviano Governatore della Campania.

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Saviano a MATRIX - Parte 7 (FIRMA LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2008
                             



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Saviano a Matrix - Parte 6 (FIRMATE LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2008
                             


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Saviano a Matrix - Parte 5 (FIRMATE LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 7 novembre 2008
                





 

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Saviano a Matrix - Parte 4 (FIRMATE LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 3 novembre 2008
Saviano a Matrix - Parte 3 (FIRMATE LA PETIZIONE)
post pubblicato in diario, il 2 novembre 2008
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